PER ROH

Jul. 27th, 2007 10:35 pm
fatamirror: (Default)

Come ti dicevo l'ho scritto a 15 anni, quando ancora poco sapevo e poco capivo, ma riguardo a certe cose le mie idee non sono poi cambiate più di tanto.
Mentre lo rileggevo mi veniva voglia di correggerlo, di affinarlo, di sostituire parole e frasi per renderle più incisive, più "adulte"... ma mi sono resa conto che avrei snaturato anche il senso di tutto questo: i miei 15 anni.
Allora ero convinta che le parole stesse avessero un’anima ed una loro essenza, e che accostarle in un certo modo fosse come mischiare due ingredienti magici per aprire porte sull’Assoluto.
Il poeta diventa un’alchimista quasi inconsapevole e la poesia si impossessa di lui come un demone invasivo e potentissimo. Sarà poi vero?
Non sono un poeta, e non lo so. 
Però mi piace ancora crederci.
Un bacio grande
Fata

 

Marsiglia.

Il profilo scuro del porto all’orizzonte, sull’abisso d’acqua nera che sembra ridere di me, della mia fuga.

Ed infatti sono qui, di nuovo. 

Su questa nave si consuma la mia resa.

Cosa posso dirvi di me?

Mi credete dio solo perché avete visto le mie mani perforate dai chiodi e vi stupite del colore che hanno i miei occhi ancora adesso, malgrado tutto.

Ma non sapete.

Non sapete niente.

La nave scivola sull’acqua, io sto morendo e mi vien solo da ridere, ridere, ridere.

 

Sì, ho conosciuto Paul Verlaine, a Parigi.

Siamo stati molto intimi, un tempo.

Quanto intimi?

Abbiamo condiviso giacigli di fieno nelle stalle luride ed alcove di scarafaggi nella fumosa Soho.

Adoravo la sua voce, per questo lo insultavo, lo umiliavo. Per questo lo volevo.

La crudeltà era il mio potere, il suo potere era la mia adolescenza.

Parigi ha le sue piramidi adesso, battelli come macchie d’olio ad accendere la Senna.

Non è più Parigi, niente è più lo stesso.

Eppure strano… niente cambia davvero. Lo credereste?

Io  ho fermato il tempo.

Perché quando creai  l’Assuluto lo feci da solo, e fu la mia ambizione, la mia incoscienza.

Che parte poteva mai avere Verlaine in questa mia personale eresia, se non quella di un fastidioso incantatore?

Lui mi guardava, giocava ad amarmi e beveva assenzio.

Nient’altro.

Era debole, e suo malgrado non abbastanza complice da assumersi la responsabilità delle mie bestemmie.

Si è sempre soli quando si sfida il Tutto: non c’è un altro modo per essere angeli.

E credetemi, io mai ho voluto volare. Mai ho voluto creare. Mai.

 

Erano loro che venivano da me, loro mi chiamavano.

Le parole erano vive, e mi sussurravano all’orecchio arcane corrispondenze prima di sciogliersi in colori e musica.

Mi costringevano ad assistere impotente mentre scorticavano la realtà e ne scoprivano i nervi vibranti.

Le grida di dolore che straziavano la notte, però, erano le mie.

Mentre lui dormiva per terra, ubriaco e pallido come la morte, io giuravo a me stesso di ucciderlo e di uccidere la poesia.

Non avrei più scritto, non avrei più ascoltato.

Sì signori: il dio è disgustato, depone la maschera. Il dio se ne va, non cercatelo.

Non chiedetegli il senso, la ragione o la verità. Non domandategli di svelarvi percorsi verso la luce o verso le tenebre né di codificare con leggi e sapienza ciò che da solo si crea.

Le parole si sono spogliate, hanno danzato per me nel più seducente dei modi, hanno profanato la mia ingenuità e nutrito la mia ambizione, mi hanno violentato e ucciso, lentamente.

Ed io credetemi, nulla sapevo del loro potere quando iniziai a giocare con i versi come un bambino gioca a smontare e rimontare costruzioni di legno.

Io un poeta?

Dicono questo di me?

 

La poesia decise di sedurmi, fece di me il suo schiavo ignaro.

Ha abusato della mia mente e mi ha costretto ad indossare ali troppo grandi per il mio corpo umano.

Così sono fuggito, e poi sono tornato.

Ma non chiedetemi altro, vi scongiuro.

Più di questo io, Arthur Rimbaud, nulla so.

IL POZZO

Jul. 20th, 2007 02:57 pm
fatamirror: (Default)

L’uomo vestito di nero viveva da solo ai margini di un pozzo.

Ignorava quanto fosse profondo quel pozzo ed impiegava le sue giornate nel tentativo di penetrare con lo sguardo le profondità sconosciute di quel vertiginoso abisso.

L’uomo vestito di nero amava il suo pozzo ma guardare nelle viscere della terra era indicibilmente faticoso ed al di là dell’orizzonte sembrava esserci tutto un mondo da scoprire.

Quando l’uomo vestito di nero lasciò il suo pozzo lo fece per cercare un altro luogo in cui vivere e partì verso l’ignoto, stringendosi nelle spalle.

 

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